E voi avete rubato gli orti dei miei antenati
E la terra che coltivavo
Insieme ai miei figli,
Senza lasciarci nulla
se non queste rocce
da Ricordate! Sono un arabo di Mahmoud Darwish
Al principio era la Palestina.
Un Mediterraneo originario, il regno salvo per eccellenza, una terra parallela e speculare fatta di pietre levigate e bianche. Voci squillanti di bambini che giocano, richiami di muezzin che scandiscono purezze e colpe. Profumo di gelsomino e olive, danze tiepide di pini secolari. In Palestina ogni cosa è ancora così dolce e soffice, la terra è madre adorata e generosa, il vento e il sorriso della gente vanno di pari passo intrecciandosi a ogni angolo di strada, su ogni tetto, in ogni atto. Ma la sua morbidezza è una sordità dolorosa, una vista offuscata, un udito d’ottone nel destino del mondo.
È come una corsa a piedi nudi nel buio, come il rischio nelle vene all’avanzare o al retrocedere. Come respirare gli atomi invisibili di un’umanità infetta, come abortire uno starnuto nel più intimo dei cattivi pensieri. Ogni cosa familiare, ogni volto amico, ogni oggetto dai lineamenti conosciuti, cela qualcosa di infinitamente diverso, di inesplicabilmente alieno, distorto. Ogni insetto che cammina sull’asfalto, ogni goccia d’acqua che confluisce nelle fogne, ogni automobile che sfreccia sulle alture porta con sé l’eco di uno sparo inavvertito, di una stretta di mano non voluta, di un amore controverso e brutale che fa fatica a riassorbirsi sottopelle.
C’è un velo invisibile di scheletri e ossa in polvere, sul sogno di una terra promessa: una fila di muri cuciti come bocche messe a tacere. Piccoli cipressi stretti e lunghi sono nati, effimeri e soli, come segnalibri su ogni sgarro degli uomini alla propria coscienza. Proprio qui, sui seni di Madre Terra, rugosi e turgidi di ambizione e lacrime, è nato prima un sogno e poi un altro, poi un altro ancora. Sogni fratelli di sabbia e parole. Sogni fatti della stessa sostanza della poesia.
Sogni belli, e perciò pericolosi.
Questa è la terra che tutto può insegnare.
Meta di pellegrinaggio dell’anima, non religiosità acquisita ma ricerca della propria strada, oasi assurda di coesione e tenacia, coesistenza pacifica e guerra inestirpabile, caos delineato, iter senza filo logico. Eppure, proprio per questo, il richiamo al suo seno è irresistibile, tentazione troppo forte all’allattamento della vita.
Nonostante tutto il sangue, tutto il male, tutto il potere della violenza sull’inerzia, i canti si levano a questo cielo blu accogliente, gli occhi s’indirizzano alla luna che non giudica. I piedi si stendono sui tetti ad ammirare quelle stelle da cui la catastrofe s’annuncia a ogni tramonto.
E si riparte da qui, si rinasce, si ripromette davanti agli occhi del proprio dio interiore che, sì, ne vale la pena eccome.
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