Sulla piazza di una foglia di loto
cade, sottile come un ago
l’ombra di una libellula
da Culla di fiori di Akira Takenami
Quello dal Medioriente all’Estremo Oriente non è solo un viaggio nello spazio convesso della Terra. Si passa per le viscere della notte facendo il percorso inverso al sole, fino a raggiungere le infinite cavità dietro lo specchio del mondo. Dagli alti cedri ai minuscoli bonsai, dal vigore alla delicatezza, dall’impeto al rispetto, dalla guerra santa (jihad) al vento degli dei (kamikaze). Ho assaporato il fuso orario che passa tra le polpette kibbih e i rotolini mochi, tra il fatalismo della parola inshallah (se Dio vorrà) all’umiltà di ripetere dōzo (avanti, prego). Ho viaggiato dagli ingorghi chiassosi del traffico arabo ai circuiti sotterranei della metropolitana orientale, ascoltando le variazioni di tono tra i canti dei muezzin che richiamano alla preghiera islamica e le grida dei giapponesi che richiamano allo shopping sfrenato fuori dai centri commerciali.
Anche in Giappone i visi sono coperti da un velo che fa dell’identità un tabù. Come in Medioriente si può più o meno scegliere se indossarlo o meno, seguire lo stile più alla moda o quello più tradizionale, e allo stesso modo la sua efficacia dipende dalle intime abitudini che poi si hanno in privato. Non si ferma con spilli sotto il mento ma con elastici dietro le orecchie.
La mascherina sulla bocca è il vestito nazionale, il segno di riconoscimento di un cittadino responsabile: non lascia passare eventuali malattie da e verso il proprio respiro. Sintomo di una sindrome da pandemia, precauzione di un’umanità sull’orlo del precipizio, che previene virus e mostri nati fuori e dentro gli individui.
Il sistema giapponese si è spinto fino ai limiti possibili dell’umana civilizzazione, nel bene e nel male: tutto funziona alla perfezione – una perfezione inimmaginabile per chi non l’ha vista – il traffico e lo smog sono minimi, la salute e l’ordine sono il centro di gravità di ogni gesto.
Ma il Giappone vanta anche il maggior numero di suicidi al mondo: divieto e obbligo sono le parole chiave di questa nazione iperorganizzata e claustrofobica, le città non sono centri abitati ma inferni antropizzati. La pressione sociale è così forte – tra permessi, onorificenze e gerarchie – che porta all’esasperazione e alla più cupa frustrazione anche il più sano, ordinato e socialmente soddisfatto degli uomini. I verbi in giapponese cambiano a seconda che chi ascolta sia superiore, parigrado o inferiore a chi parla: per il verbo essere, per esempio, esiste oltre alla forma piana, una forma gentile, una forma umile e una forma onorifica. Quattro tipi di essere. Quattro coniugazioni per poter esistere. Il giapponese vive una vita di pura schizofrenia: nella continua perdita di se stesso, nella sfrenata corsa verso ciò che non lo rende felice, verso la frenesia che lo rende sempre più solo. Lavoro, lavoro lavoro: per poi riprendere il respiro a piccole dosi immersi in tecnologia, gadget, mezzi ad alta velocità, videogiochi, moda, e lavorare ancora.
Accanto a tutto questo c’è una natura gentile e generosa, insieme alla potenza della spiritualità shintoista. Il Monte Fuji, dall’alto della sua imponenza, viene venerato come un dio insieme ai suoi laghi e le sue cascate; i pensieri sono semplici e infantili gocce di ingenuità, i fiori sono angeli da preservare e ogni cosa è pensata per i bambini in modo colorato e divertente. I templi sono sempre brulicanti di preghiere e desideri, incensi e donazioni. C’è qualcosa nel popolo giapponese che lo rende dannato e divino allo stesso tempo, il più lontano e il più vicino a Dio di ogni altro. Spiritualità, cibo sanissimo, natura incontaminata, animo gentile e arte millenaria. È lo spirito della poesia che salva questa umanità così complessa dall’autodistruzione?
Quest’umanità delicata e ferita che fa un silenzio di tomba nei luoghi pubblici e che si incontra poi, la sera, per giochi di società sugli haiku, componimenti poetici di tre versi…
Dinosauri soppiantati
dagli umani, ora con
febbre da fieno.
* Tutti i versi citati nel testo in corsivo sono del poeta giapponese Akira Takenami.
Continua:
- Giappone #3 – I grattacieli del passato
- Giappone #4 – Incenso e sushi per la dea
- Giappone #5 – L’armonia degli opposti
- Giappone #6 – Il Grande Buddha di Kamakura
- Giappone #7 – Il poeta delle piccole cose










5 marzo 2011 at 11:29
[...] Giappone#1 – La poesia nel silenzio [...]
5 marzo 2011 at 12:17
Ottimo SuperVale
“i pensieri sono semplici e infantili gocce di ingenuità, i fiori sono angeli da preservare e ogni cosa è pensata per i bambini in modo colorato e divertente. ”
Nella bellezza che scivola serena al tempo di sakura, in un ammirazione composta e partecipe, semplice con la natura e la poesia mi ricollego alla tua considerazione e mi pongo la stessa domanda .”È lo spirito della poesia che salva questa umanità così complessa dall’autodistruzione?” Mi piace pensare che sia così.
7 marzo 2011 at 14:13
[...] Giappone #1 -La poesia nel silenzio [...]
10 marzo 2011 at 14:04
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10 marzo 2011 at 14:09
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11 marzo 2011 at 08:02
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12 marzo 2011 at 10:28
[...] Giappone #1 -La poesia nel silenzio [...]
1 maggio 2011 at 22:49
[...] mondo attraverso i poeti contemporanei. Finora ha realizzato tre tappe: Libano con Joumana Haddad, Giappone con Akira Takenami e Cina con Ho Wu Yin Ching. Per capirne di più si può leggere il 'manifesto' [...]
16 luglio 2011 at 11:26
[...] dal mondo. E’ un progetto completamente autofinanziato e i primi tre capitoli (Libano, Giappone e Cina) sono consultabili gratuitamente. Sono partita da sola, affidandomi spesso a strepitose [...]
16 luglio 2011 at 13:23
[...] mondo”. Viagginversi è completamente autofinanziato e i primi tre capitoli – Libano, Giappone e Cina – sono già consultabili gratuitamente sul sito del progetto, dove è possibile fare [...]
7 novembre 2011 at 13:57
[...] dal mondo. E’ un progetto completamente autofinanziato e i primi tre capitoli (Libano, Giappone e Cina) sono consultabili gratuitamente, il quarto, sulla Palestina, è in fase di completamento. [...]