Libano#6 – Beirut la leggiadra

Leggi prima:

 

 

Io la cattiva
la malvagia
la sanguinaria
colei che si cela nella sua verità,
che stringe le sue stesse mani
e avanza verso l’isolamento,
Io, che non sono mai stata di nessuno
io, che appartengo solo alla fuga
sarò
infine
mia.

 

Tratto da Specchi delle passanti fugaci. Lo specchio di Marina
di Joumana Haddad

 

 

Il litorale di Beirut è il cordone ombelicale della città con la sua mediterranea madre. Il Lungomare del Faro, si chiama, Manara Kornish, ed è qui che di notte la città esprime tutto il suo amore per chi l’ha generata. D’acqua la mia bocca, d’acqua il mio sguardo, d’acqua i miei capezzoli. Il mare racconta ed io ricordo, il mare racconta ed io sono la prova del mare. Crocevia. Incrocio. Confluenza poliglotta nel destino del mondo. Beirut è tutto e non è niente. È Oriente e Occidente, è maschio e femmina, ying e yang nello scacchiere internazionale. Croci e mezzelune, profeti e dei del sole, veli e capelli al vento, spade e danze, pugni e abbracci, rancori e tolleranze. Il popolo libanese non esiste: è un miscuglio di opposti, una biforcazione che si rincontra nella sua strada inversa, un bivio che non porta da nessuna parte, un raccordo che arriva in ogni posto. Un impasto di colori non armonici sulla tavolozza di un pittore. Beirut l’immortale rasa al suolo da terremoti, incendi e guerre, Beirut che perisce e rinasce dalle sue ceneri, Beirut la leggera che non ha bisogno di definizioni. Sono leggera. Leggera come un’insistenza desiderata. Come una timidezza che non impedisce il suo contrario. Come una chiesa senza fedeli.


 

Sento l’insistente brezza notturna che arriva dal mare, la sento sulla pelle dopo averla desiderata, la sento mentre la desidero ancora, la sento circondare e amare le mie calde narici. Io vagabonda, vagabonda del mare. Vago sul suo liquido asfalto, e nei suoi segreti d’inchiostro mi assopisco. Sono l’unione delle sue onde, la schiuma della sua preziosa disperazione, la sua pelle calda, promessa di voluttà, barca ubriaca di tempesta. Rivedo luccicare dentro i miei occhi le mille luci di Beirut, e gettandomi tra le sue braccia, ripensando a questo Paese che è un esperimento sociale a cielo aperto, mi riecheggiano in mente le parole di Joumana Haddad: “un pregio che per me è molto importante proteggere e che rischiamo di perdere è la multiculturalità. Questa apertura al mondo, il fatto che tanta gente parla più di una lingua, che abbiamo un rapporto molto aperto con gli altri Paesi, è un fatto unico nel mondo arabo”. E dalle mille e una voce delle onde arrivano saluti e inviti in tutte le lingue del mondo. Parole in risacca dalla Babele globale. Bonjour. Please Madame. Hi! Exactly. Bravo! Bye… tutte parole che i libanesi usano con disinvoltura nel loro intercalare. Io, la vergine, viso invisibile della scostumatezza, la madre-amante e la donna-uomo. La notte, perché sono il giorno, il lato destro perché sono il lato sinistro e il Sud, perché sono il Nord.

Il bagliore della sera fa sentire a casa chiunque. L’aura degli alberi è un altro dolce messaggio spifferato ai quattro angoli del pianeta. Io guardo infondo all’orizzonte e non posso fare a meno di sentirmi ottimista, di vedere un altro orizzonte laggiù, oltre il filo spinato, oltre i buchi sulle pareti,  oltre la luce fioca del giallo giorno che volge al termine. Tremare un po’ nel buio. Abituare i miei occhi all’oscurità e l’oscurità ai miei occhi. Ed ecco, solo ora, stringo la mano a Beirut. Beirut la misteriosa, Beirut la schietta. Enigmatica, chiarificatrice Beirut. La tradizionale e la traslitterata. La cullatrice e la struggente, la benedetta e la dilaniata, Beirut il sole, la neve. Fresca brina sul respiro tiepido dei fiori di cedro. Camminarla significa stringere un’alleanza con la millenaria storia della città, leggere tra le vie del suo centro abitato, scrivere – persino – un messaggio d’amore sulle sue mura ferite. Leggerlo poi ad alta voce dentro le sue mille orecchie di chiese e moschee, come Joumana fa con le sue parole da Lilith, da donna ritornata dalla notte per rischiarare i giorni dell’umanità. Lei, la sconosciuta / vestita da prostituta / lei, il cui passato sta nei sogni il cui futuro / già le brilla negli occhi.

“Io rimango in Libano nonostante tutte le difficoltà: non ce la faccio più, ma rimango per le cose che non mi piacciono, non per quelle che mi piacciono. E scrivo. C’è qualcosa di molto pericoloso nella poesia: è nuda. Ti affaccia sulla finestra di te stessa così come sei, nuda, come affronto e confronto, senza bugie. La poesia è una battaglia, rappresenta l’essenza del mondo e della vita e quindi può ferire. La poesia è feroce: dimenticatevi i violini e le parole romantiche! È un terremoto violento. Ti fa battere il cuore a duecento al secondo e questo non è molto salutare. La nostra carne è senza pelle, lacerata dalla poesia. Ma ci sono talmente tante cose che stanno danneggiando la nostra salute che non dobbiamo preoccuparci della poesia. Se io dovessi morire solo per colpa della poesia sarei una donna molto fortunata”. Lei, luce dell’alba / la cui nudità scorgono solo i ciechi / donna libera, donna in catene / donna libera persino dalla libertà / punto dove l’inferno e il paradiso s’incontrano in pace. Le scappa una risata, poi si fa seria: “in Libano come altrove il poeta è una voce forte e sincera che lotta per la dignità di tutti, perché rappresenta la coscienza dell’essere umano. Non è solo importante, è vitale”. Accarezzerò la strada / Converserò con il selciato / Farò sgorgare la poesia dalle pietruzze. / Il cielo piangerà: non mi preoccuperò, / E il vento divorerà il mio cuore ustionato d’amore.


 

Arrivederci Beirut, tavola imbandita di cibi più saporiti, cielo dipinto di tramonti più rossi, lingua creata da parole più forti. Arcobaleno di tinte folli, Beirut.
Beirut la leggera, la leggiadra, la lettrice di tutte le storie. Sono venuta a dire: /Adamo, Adamo ti preoccupi di molte cose / ma una sola è necessaria.

 

* I versi citati nel testo sono della poetessa libanese Joumana Haddad

 


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