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La poesia è il mio santuario e la candela nel mio tempio.
Urla al mercato, scatoloni da buttare, verdure sui banconi, kefie e taxi gialli, tamburi, sorrisi di una bellezza sconvolgente. Nuova capostipite della Cisgiordania occupata, Jenin è questo e tanto altro eppure il suo nome è un tabù, un divieto sacrale, suono impronunciabile. Cittadina fatta veto, interdizione geografica e mentale, nome proibito, fiore intoccabile, popolo inavvicinabile. Perché se a Tel Aviv ai controlli di sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion, andando via, ti passa per l’anticamera del cervello di dire che ci sei stato, la trafila delle perquisizioni è raddoppiata e assicurata.

Queste tragedie sono il pentimento nei miei battiti / Non era mia intenzione essere triste e addolorato / Il mio compimento è il mio volere e la mia fede. Prima di me le guardie fanno smontare un trombone ad un ragazzo europeo, venuto in Palestina per suonare in un’orchestra. “Ormai ci sono abituato”, mi dice, “me lo fanno smontare ogni volta, pensano che nasconda chissà cosa al suo interno”. A un turista che deve riprendere l’aereo fanno un’ora di interrogatorio perché porta al polso un braccialetto coi colori della bandiera palestinese: verde, rosso e nero. Ore e ore di controlli, perquisizioni e interrogatori, quando è il mio turno una guardia donna armata fino ai denti mi accompagna in uno stanzino lontano, io e lei sole, e mi fa spogliare. Ma non le basta, ha paura persino dei miei capelli lunghi, chissà cosa possono contenere sotto la loro folta chioma, devo legarli con un elastico. Io penso alle ore che passano e spero di non perdere l’aereo.
Il mio orologio si lamenta / abbiamo perso la nostra data / Il mio orologio si lamenta / siamo sempre in ritardo per le nostre date / La nostra vita è nella data / In questo tempo è il nostro rapimento / A questo punto è la nostra nascita / il nostro sangue si rivolge a noi
Non dimenticare la nostra promessa / Il nostro impegno rimarrà per sempre

Che cosa significa tutto questo? Bisogna nascondere di aver varcato il confine illegale di Israele ed essere passati al lato palestinese di questa terra santa maledetta, come se aver visto quei bambini e quelle donne e quegli uomini negli occhi equivalga a una contaminazione irreversibile, a una colpa acquisita sottopelle, come un virus spietato che si insinua in ogni cuore e lo fa marcire.
Questi percorsi sono pieni di scavi per noi / Non ci sono più ponti, solo salti / Alla ricerca di una bellissima generazione in letargo / Abbiamo perso queste generazioni / Non c’è nessuna gioia ma un sorriso è stato stampato / sulle labbra contraffatte / E noi riceviamo il silenzio, ci nascondiamo dietro esso / ma il nostro vulcano scioglie le rocce
L’ebrea che mi perquisisce va da qualche parte a fare dei controlli e mi lascia sola, nella stanzina, mezza nuda. Un trattamento speciale perché sono una donna europea. Non so esattamente come sia un controllo di sicurezza per un’araba e non oso immaginarlo.
Giriamo senza sapere nemmeno il perché / Siamo assenza o presenza in questa vita? / Viviamo le nostre vite come ubriachi / e Dio, non abbiamo nemmeno il vino

* Tutti i versi citati nel testo in corsivo sono del poeta palestinese Husam Alsabe.
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